Carillon

Partecipa alla XXVII CHALLENGE di Raynor’s Hall.

Carillon

 

Gemma attivò il carillon appoggiandoselo sulle gambe, accarezzandone la superfice in legno ciliegio graffiata in più punti.

Inizialmente insieme alla melodia c’era anche un rumore metallico.

 

Guerrieri a cavallo di vespe, armati di lance, volavano sopra la sua testa, le ali delle loro creature ronzando davano vita a un frastuono che costrinsero Gemma a tapparsi le orecchie con entrambe le mani. Serrò gli occhi e, nascosta dietro il tronco di un albero, attese che fossero passati, scivolò fuori dal suo nascondiglio con passo felpato.

Regolò il respiro, scuotendo la testa e si guardò intorno, leccandosi le labbra, socchiuse gli occhi assumendo un’espressione incerta.

 

Gemma sospirò pesantemente, concentrandosi sul suono della melodia.

< Da quando è iniziato il mio viaggio, questa musica è l’unica cosa che mi rilassa.

Ho perso il conto di tutte le maschere che ho indossato. Non sono neanche più sicura di sapere chi sono.

I nani avevano ragione a odiare il mondo degli uomini. Non vogliono incontrare quello che realmente sei, ma quello che desiderano loro. Sono così facili da ingannare, a tal punto che ho finito per smarrirmi io stessa.

La maschera che indosso ogni giorno non è mai uguale alle precedenti. Mi assicuro di adattarmi al personaggio giusto.

Di che umore devo essere? Triste, profondo, frizzante o allegro?

Devo essere sardonica o innocente? Sorridere o diventare invisibile? >.

La melodia era composta da note dolci, che si susseguivano ora più rapidamente, ora più velocemente.

< Spingo la mia identità nel profondo della mia mente, lascio che la mia anima si sgretoli.

Sotto una maschera ne ho sempre un’altra; orgoglio, disperazione, sofferenza sono solo strumenti… come i miei poteri > pensò, facendo fremere le ampie ali sulla sua schiena.

 

Gemma s’inginocchiò nel cerchio creato tra le candele, si mise in ginocchio, la sua figura brillava di riflessi aranciati a causa delle fioche fiamme che illuminavano la stanza.

Alzò il pezzo di legno sopra la sua testa, recitando la formula a bassa voce, un forte odore di resina le punse le narici, le ali le fremettero sulle spalle.

Un drago di pura luce azzurra ruggì, scivolando fuori dalla spada, la sua figura sinuosa si attorcigliò su se stessa, mentre sul suo muso ondeggiavano dei lunghi baffi.

La creatura l’accecò con la sua brillantezza, le dita di Gemma tremavano, mentre la magia l’avvolgeva, stordendola.

 

La melodia del carillon si fece più stonata, prolungata, mentre l’oggetto si fermava.

Gemma lo ricaricò, facendo ripartire la musica dall’inizio.

 

Gemma si sistemò delle piume di pavone tra i capelli e si raddrizzò la maschera di raso che indossava, avanzò lungo il corridoio, osservando di sfuggita i dipinti raffiguranti naufragi, tempeste e scogliere. Si accarezzò la morbida gonna che indossava, le ballerine le stringevano i piedi, li sentiva pulsare dolorosamente e le dita le formicolavano fastidiosamente.

Si arrestò, trovandosi davanti la statua di una donna in pietra, sul capo posata una tiara in ferro.

Gemma la guardò con attenzione, scorse le sue forme ben delineate, dalla roccia avevano ricavato i drappeggi di morbide vesti. La sfiorò, rabbrividendo, sentendola gelida al tocco.

Intravide al centro della tiara un rubino grande l’unghia di un pollice e si guardò intorno.

Una sfinge dal corpo di tigre, anziché di leone, sonnecchiava appoggiata alla parete, un’ascia in mano.

Gemma sussurrò alcune parole, alcuni dardi di energia azzurrina partirono dalle sue dita e andarono a colpire la guerriera, all’altezza della testa di donna. Quest’ultima, con un profondo sbadiglio, si appisolò.

Gemma scalò agilmente la statua e, estraendo un pugnale dalla cintola, fece leva nell’incavo, lasciando che il rubino cadesse. Lo sistemò in un sacchetto legato alla cintura e vi mise al suo posto un pezzo di vetro rosso che teneva in un altro borsetta in pelle. Scivolò giù dalla statua, il pugnale nuovamente alla cintola, nascosto dalle pieghe del vestito, si allontanò a passo veloce, mentre la guardiana si ridestava.

< Posso andarmene> pensò. Raggiunse la sala in fondo al corridoio, camminando vicino alla parete. Gli ospiti erano intenti a danzare, piroettando su loro stessi, le gonne delle signore giravano, gli smoking degli uomini si confondevano in macchie indistinte.

Seduta in un angolo, accanto alla porta, stava una donna lupo, intenta ad accarezzare il ventre rigonfio, ricoperto da morbida pelliccia grigia, lasciato scoperto dagli abiti di raso che indossava.

Gemma le passò accanto, con lo sguardo chino, ed uscì, allontanandosi dalla festa. Il brusio di voci, i rumori delle persone e la melodia dell’orchestra si fecero via via più lontani, mentre si udiva sempre più nitidamente il rumore prodotto dalle sue scarpe sul selciato, fatto di ghiaia.

Passò oltre un padiglione di metallo, dall’ampio tetto a volta, creato con tralicci di metallo attorcigliati su loro stessi, superò diverse figure di pegaso in volo ricreati con la forma delle ampie siepi.

 

Gemma udì dei passi, fermò il carillon e lo rimise nella borsa, si alzò in piedi e si appiattì contro la parete.

< Tempo di andare > pensò. Aprì la finestra e lasciò la stanza, saltando all’esterno, atterrò acquattata e si rimise in piedi, correndo via.

 

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Inesorabile fedeltà

Tema: Fedeltà

Partecipa al XXVI Challenge Raynor’s Hall

 

Lo zombie avanzava con passo strascicato lungo il corridoio, le luci elettriche blu erano in gran parte fulminate e il luogo era illuminato dalle fiamme olografiche all’interno di ciotole di bronzo, agganciate alle alte pareti di marmo bianco riflettente, attraverso delle catene agganciate a delle teste di gargoyle in pietra.
La carcassa vivente si piegò in avanti e vomitò sangue nerastro, i suoi occhi gialli e sottili erano in cancrena e lacrimavano pus biancastro.
< Tornerò sempre dalla morte per servire il mio paese. Non troverò mai pace, non ci sarà un aldilà per me, ma soltanto il ripetersi degli ultimi ordini del mio colonnello.
Sono stato, e in eternò sarò, un soldato >.
Estrasse il fucile dalla fodera ancorata alle proprie spalle, mentre un pezzo di carne marcia si staccava dalla sua gamba, lasciando vedere l’osso annerito sottostante, precipitando a terra in un rumore flaccido e volta-stomachevole.
Lo zombie caricò il fucile, vedeva sfocato. Iniziò a sparare ai robot che camminavano verso di lui, quando venivano colpiti schizzavano olio nero ed iniziavano a muoversi più lentamente. I loro schermi olografici si glitchavano e, una volta colpiti in testa, precipitavano pesantemente a terra, fumando.
“I will be back” ringhiò lo zombie. La sua carne rancida era rimasta attaccata alle cartuccere di pelle che indossava, una serie di buchi si erano aperti nei suoi pesanti stivali di cuoio. Un dente gli precipitò a terra, nessun robot riusciva a raggiungerlo coi proprio colpi, cadevano inesorabilmente, mentre proiettili schizzavano in ogni direzione.
Il soldato recuperava dalle loro carcasse nuove cartucciere, sbarazzandosi delle proprie.
< La vera fedeltà è questo: non arrendersi mai. Una devozione che va oltre il corpo, sacrifica l’anima >. Il rumore del fuoco gli risuonava in ciò che rimaneva delle orecchie, mentre dalla sua fronte s’intravedeva una larva. < Ed io sarò fedele per sempre. Anche se su questa Terra non ci dovessero essere più umani da salvare, fermerò il nemico. Continuerò a provare finché non li avrò sconfitti >.
Un robot lo raggiunse una spada al petto, lanciandola nascosto dietro un titanico pendolo. Il soldato cadde a terra, rimase immobile, i suoi occhi bianchi e vitrei, le sue pupille spente.
I robot lo scannerizzarono, non rilevarono input vitali e, come un sol uomo, gli diedero le spalle, allontanandosi.
Lo zombie tornò a respirare all’improvviso, si rialzò. Mise al suo posto il fucile ed estrasse la spada, la utilizzò per parare i proiettili sparati dai robot che si erano voltati e la lanciò a sua volta, decapitando uno dei nemici.
Estrasse nuovamente il fucile e tornò a sparare.
“My country has my loyalty” disse, mentre un pezzettino di lingua, ricoperto da funghi e muffa verdastra, cadeva in terra.

Tomo

Questo racconto partecipa alla challenge Raynor’s Hall.

 

Seraphin passò la mano sulle pagine del libro, sentendole impolverate sotto i polpastrelli delle dita affusolate. La sua pelle si sporcò di nero.

“Mio padre non voleva leggessi questo tomo, nonostante sia tramandato da generazioni. Aveva paura mi potesse mettere delle strane idee in testa. Soprattutto mia madre e mia zia gli davano ragione in questo, ma il resto dei parenti non disapprovava” spiegò.

 

La madre socchiuse le labbra sottili, mostrando le gengive.

“Rischi di non trovare marito se continui a seguire delle balzane idee” sibilò.

La zia piegò la testa, il suo viso cavallino era segnato da arcigne rughe d’espressione.

“Se anche ti andasse bene, potremmo essere costretti a darti in sposa a qualche ottuso con un lascito inferiore a quello che ci aspettiamo” borbottò.

Seraphin chinò il capo.

 

“Tu sei sicuro di volermelo lasciare leggere?” chiese Seraphin. I suoi occhi scorgevano distrattamente i tratteggi in oro ai bordi delle pagine, le grandi lettere decorate da ghirigori che risaltavano rispetto alle altre perché in rosso, l’usurato segnalibro di stoffa.

Il giovane uomo si allontanò una ciocca di capelli castano chiaro dal viso e le sorrise.

“Anzi, voglio che tu me lo legga. Ora sei sposata e con un partito che hanno scelto loro, quindi non possono più impedirti nulla” le disse con voce calda.

Seraphin si voltò a guardarlo e gli sorrise, osservando la rosa rossa infilata nella tasca della sua blusa blu. Lo guardo prendere un’altra sedia e accomodarsi accanto a lei, si sfiorarono la spalla ed entrambi ebbero un brivido.

“Sei così premuroso, Victor” ammise la giovane. Si passò una mano sulla gonna, appianando una piega, tenendo le ginocchia strette tra loro, strofinandole ogni tanto.

Le iridi azzurre di lui brillarono.

“Spero di non sembrarti troppo invadente, quando mi offro di proteggerti. Non è solo per il tuo aspetto da bambina, semplicemente mi sento legato a te…”. Iniziò a scusarsi.

Seraphin gli sorrise.

“Non scusarti sempre di tutto quello che fai” lo incoraggiò, guardandolo massaggiarsi il collo.

“S-scu… Oh ecco… D-di nuovo…” balbettò lui, mentre la punta delle orecchie gli diveniva vermiglia.

“Volevo fartelo vedere perché, mio adorato compositore segreto, so quanto amate l’arte. Qui sono riportate delle miniature stupende” spiegò Seraphin.

Victor annuì, alcune ciocche gli finirono davanti agli occhi.

“Ogni volta che avete tali premure verso di me, penso di aver guadagnato un po’ di posto in più nel vostro cuore” disse con tono galante.

Seraphin gli sfiorò delicatamente la mano con la propria, arrossendo e il giovane avvertì la gola secca e la bocca asciutta.

“Di cosa parla il vostro antico tomo?” chiese lui.

Seraphin ne accarezzò una pagina.

“Di dame e cavalieri. Pensate siano idee troppo fanciullesche?” chiese.

Victor le sfiorò i morbidi capelli setosi.

“Al contrario” sussurrò.

< Vorrei che la nostra futura famiglia fosse una favola > pensò.

“Sarà una delle poche cose che porterò con me da questa casa, quando saremo partiti” ammise lei.

Victor annuì.

< Ogni giorno sento che l’amore sboccia sempre di più tra noi > pensarono entrambi.

 

Prigioniera degli Ennumberg

Questa storia partecipa alla ventiduesima challenge del Circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Timbro” proposto da Katya Ferrante.

 

Prigioniera degli Ennumberg

 

Una ragazza, nascosta dietro uno dei numerosi alberi della foresta, in cui risuonavano i fruscii delle fronde e in lontananza si udivano dei bassi ringhi, era intenta a spostare la grata arrugginita del condotto dell’acqua. L’odore di putrido le pungeva le narici e le mani le i erano sporcate di nero e rosso, la sua pelle rosea era accaldata.

La larga maglietta di tela bianca, decorata da sottili linee marroncine, le aderiva sudata in alcuni punti ed era ricoperta di macchie, il colletto le aveva arrossato il collo.

< Sono anni che vivo come una selvaggia qui nella terra degli Ennumberg, ma non mi ero mai spinta a tanto. Entrare nelle prigioni di questi esseri, devo essere impazzita > pensò, mordicchiandosi l’interno della guancia. Accarezzò l’elsa della spada ed iniziò a scendere.

I ruggiti in lontananza si facevano sempre più forti e nitidi.

La ragazza scivolò pian piano, attraverso delle asperità nella parete di roccia e scese fino a toccare terra, l’acqua le arrivava fino alla vita.

L’odore umido della foresta venne completamente sostituito dall’olezzo, all’interno filtrava pochissima luce.

Si fece avanti di un paio di passi, non riuscendo più a scorgere niente, afferrò il ciondolo di pietra a forma di pietra che portava al collo e lo sollevò, sibilò delle parole e dalle cavità degli occhi iniziò a brillare una luce verde, che si rifletté nelle iridi smeraldine di lei.

< Dai, Diana, non perderti d’animo > pensò. Si mise a camminare nel guano, smuovendo l’acqua nerastra e putrescente intorno a lei, creava un certo sciabordio, ma si confondeva con il resto della fognatura. < Ho sentito dire che hanno imprigionato un nobile e che tutti gli averi che aveva addosso sono stati chiusi in una specie di magazzino. Se riuscissi a depredarli, farei finalmente la bella vita.

Niente più povertà > rifletté. La maglietta le era ricaduta di lato, lasciandole scoperta una spalla. Si slegò la spada dalla cintola e se la legò sulle spalle, fu costretta a tenere sollevata la testa di lupo con i denti. Il sudore le scivolava lungo il viso tempestato da efelidi.

< Quelle lucertole sono proprio stupide, così interessate a conquistare il regno vicino da non rendersi conto di quello che sta succedendo qui > rifletté.

Riprese in mano la testa di lupo e svoltò attraverso una serie di corridoi di pietra, un po’ di melma le gocciolò sulla spalla nuda. I capelli grigi le si sporcarono della sostanza.

Proseguì finché le sue scarpe di tela non furono così impregnate da renderle difficoltoso avanzare, il sudore si era mescolato alla sostanza sui suoi capelli rendendoli in groviglio maleodorante e le mancava il fiato.

Si udì un ruggito far tremare tutt’intorno, Diana alzò lo sguardo e notò una scaletta, risalì e fu accecata dalla luce che filtrava dal buco di una botola. Ingoiò un gemito e riuscì a sbirciare all’interno.

Arrossì vedendo una giovane ignuda legata a una parete di roccia, i polsi tenuti fermi da delle pesanti catene di ferro sopra la sua testa.

“Avanti, principessina… Le tue sofferenze finiranno se ti deciderai a parlare” disse una donna lucertola. Sfoderò gli artigli e dimenò la coda, facendola schioccare.

La prigioniera le sputò un grumo di sangue in faccia.

Diana fece un sorriso furbetto, socchiudendo gli occhi.

< Niente male la tipetta, anche se non molto furba se l’hanno catturata > pensò.

Un uomo lucertola ruggì rumorosamente, strofinando le zampe sul pavimento, fino a scheggiare alcune pesanti rocce che formavano il pavimento.

< Non capisco perché gli Ennumberg si ostinino a non voler parlare quando lo sanno fare > pensò Diana, scrutando l’umanoide.

“Dicci dov’è il timbro del re. Ora” ordinò l’umanoide lucertola di sesso femminile.

“Non vi consegnerò le sorti del mio regno” sibilò la principessa con un filo di voce.

Diana impallidì.

< Non hanno catturato dei nobili, è la principessa stessa > pensò. Abbassò lo sguardo, mentre le creature iniziavano a digrignare rumorosamente i denti. < La principessa del regno degli uomini… del mio regno. Se gli darà quel timbro, potranno dare falsi ordini all’esercito, facendolo capitolare. Vinceranno la guerra >. Ingoiò un sospiro.

< Non so neanche perché ci sto tanto rimanendo male. In fondo il re ha fatto sempre vivere il suo popolo nella miseria e nella fame. Mi ha costretto a dover crescere tra queste bestiacce, rubando, per sopravvivere >.

Le urla della principessa iniziarono a risuonare, Diana tornò a sporgersi e a sbirciare. La coda della carceriera si abbatteva sulla vittima, sulla sua pelle pallida si aprivano dei profondi squarci e sangue schizzava tutt’intorno.

Le iridi dorate della principessa si erano fatte tendenti al grigio, le due piume di corvo che teneva tra i capelli erano cadute in una pozza di sangue.

L’altra creatura mostrò le fauci e le morse una spalla, facendola ululare di dolore.

“Parlate principessa Eloine o perite come vostra zia Eladam” ordinò la carceriera.

“Mai” gemette la principessa, mentre calde lacrime le rigavano il viso.

< Al diavolo! > pensò Diana. Diede un calcio, mandando in frantumi la botola di legno e saltò dentro, sfoderando la spada.

“Fatevi avanti!” li sfidò.

Le due creature dinanzi a lei ruggirono, sfoderarono gli artigli e avanzarono, dimenando le code. Diana le schivò agilmente.

Eloine riuscì a scorgere a fatica la sua figura e la guardò con un’espressione sorpresa e ammirata.

Diana riuscì a mozzare la testa alla femmina di donna lucertola, il sangue le schizzò sulla guancia.

Diana schivò le artigliate e le fauci dell’altro. Si udirono delle urla e una serie di passi che si avvicinavano.

Eloine riuscì a metterla a fuoco, respirando a fatica.

Diana indietreggiò, spezzò le catene con un colpo di spada e accecò il nemico con la luce che proveniva dalla tua testa di lupo.

La principessa era caduta per terra, si mise seduta, cercando di fermare il sangue che scivolava lungo la sua pelle con la mano.

Diana decapitò anche il secondo avversario e la sollevò a forza, caricandosela in spalla.

“Chi s…”. Iniziò a dire la principessa, i capelli rossi le coprivano in parte il viso.

“Arrivano!” gridò Diana, mentre la porta veniva abbattuta da altre guardie, dalle fattezze di lucertole. Eloine si aggrappò a lei, Diana discese nuovamente nelle fogne ed iniziò a correre, le creature le inseguivano.

“Tu mi hai salvato” esalò Eloine con un filo di voce.

“No, se ci prendono” ribatté Diana.

< Non si arrenderanno mai, finché non avranno il timbro reale > pensò Eloine.

“Hai dei pugnali?” chiese.

Diana si sfilò le scarpe che la intralciavano e proseguì a piedi nudi, ritrovò l’uscita e risalì. Entrambe furono accecate dalla luce del sole, ma proseguirono la fuga.

Diana correva rapidamente sul prato erboso della foresta. Recuperò in corsa una serie di rami appuntiti e li porse a Eloine, che li lanciò, riuscendo a colpire gl’inseguitori più vicini.

“Non sei niente male” si congratulò Diana.

“Se riusciamo a salvarci, voglio dei vestiti… e sapere il tuo nome” rispose la principessa.

< Non avrete quel timbro, maledetti, mai > pensò.

 

 

Miniesercizio – 71

Scritto per l’esercizio di scrittura creativa della pagina: Scrivere creativo. Link: https://wordpress.com/read/feeds/63151644.

La luce aranciata del tramonto si riverberava sulle nuvole e illuminava l’alta torre dell’orologio antico.

David osservava lo scenario, seduto sulla panchina del lungomare, inspirando l’aria pregna di salsedine. Alzò lo schermo del proprio computer, accese il mouse a batterie, ma questo rimase spento. Sospirando aprì lo sportellino di plastica nera, sfilò le batterie al litio e le inserì, la piccola spia vermiglia si accese lampeggiando.

David la guardò stabilizzarsi e accese il computer, la notifica di facebook della moglie apparve nell’angolo dello schermo. La aprì e sorrise riconoscendo una carpa al forno, su cui svettava la scritta: “Amore, torna a casa presto. Ho preparato il tuo cibo preferito”.

< Lo farei volentieri tesoro, ma il meccanico deve finire di gonfiarmi la ruota. Capita anche a me di forare > pensò, voltandosi nella direzione dell’autofficina. Un uomo nerboruto era intento a svitare i bulloni della ruota di una macchina cinque posti.

Una bicicletta gli sfrecciò davanti, intenta a percorrere la strada lungo la pista ciclabile.

Si girò nuovamente, chiuse facebook e aprì il documento PDF in cui era stato redatto il business plan.

“Speriamo che la mia recente sfortuna non infici anche la mia nuova azienda” sussurrò.

 

[197].

Un piccolo elefante rosso

“Nostro figlio è diverso. È stata tutta colpa tua, se non lo avessimo vaccinato!” strillò Odette.

Manuele si voltò e guardò il piccolo David, seduto per terra. Il bambino era intento a disegnare un piccolo elefante rosso su un foglio di carta. Disegni identici erano sparpagliati su tutto il pavimento ed era riportato, sbavato e scolorito, anche su alcuni muri della cucina.

Manuele sospirò e chiuse la porta.

“Non urlare così, lo spaventerai” gemette.

“Io volevo avere un figlio normale!” gridò la donna. Si portò una sigaretta alle labbra, con la mano tremante.

“Non possiamo volergli meno bene solo perché è autistico” gemette il marito.

 

[105].

Jack, la mantide sfortunata

Jack fece frullare le ali sulla schiena e, con la zampa ripiegata, si lisciò la cravatta che indossava. Batté un paio di volte gli occhi, grandi quanto la sua testa e fece frullare le chele alla sua bocca, sospirando.

“Chissà se mi prenderanno, questa volta. Sono già tre colloqui che fallisco” gemette.

Passò di fianco a un albero e alzò il capo, guardò il cielo azzurro solcato da nuvole candide, intravedeva la parte finale di diversi grattacieli di vetro. Avvertì un forte dolore e chinò il capo, un’altra mantide religiosa lo aveva spintonato per passare, travolgendogli la zampa spezzata, ben stretta nel gesso.

“Non sembra una giornata fortunata” gemette.

 

[109].