La regina

Questa storia partecipa alla XXI° challenge del Circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Regina” .

 

Ogni volta che appoggio la testa sul cuscino si verifica sempre il solito inspiegabile fenomeno. Improvvisamente il sonno, che mi ha accompagnato come un cane fedele per tutto il corso della giornata, sparisce. Al suo posto compaiono dei logorroici pensieri che si avventano contro di me, ricordandomi le vite che ho spezzato e, fastidiosamente come un tarlo, che un giorno anche la mia sarà recisa.

Scosto la coperta e decido di alzarmi, appoggiando i piedi nudi sul pavimento gelido. Di giorno i due soli rendono Solaris un inferno di fuoco, ma di notte le temperature scendono di parecchio.

Raggiungo il davanzale della finestra e alzò il capo. L’ultima volta che mi sono affacciata, qualche ora fa, il cielo era una sanguinante rossa viscera. Adesso, invece, lo sfondo blu-nero dell’universo è squarciato dalla luce delle due lune. La luna più grande è piena, emana un intenso bagliore bluastro che illumina le dune di sabbia che a quest’ora sembrano nere. Di giorno, al contrario, le dune sono rosso-arancione e sono puntellate da sporadiche erbacce ingiallite.

Stringo le labbra e mi volto a guardare la seconda luna, che è un piccolo spicchio dorato. È semicoperta da dei nuvoloni scuri che hanno delle forme che ricordano un incrocio tra dei grandi cuori e dei teschi.

Assottiglio gli occhi ed inspiro l’aria gelida della notte, non c’è propriamente silenzio, da fuori sento provenire il concerto delle cicale. Ridacchio, immaginando le cicale vestite con abiti da cerimonia, intente a suonare dei minuscoli violini. È un’immagine decisamente più suggestiva di una serie di insetti intenti a sfregare le loro zampette.

Il vento gelido mi sferza le guance rosee, arrossandole, e starnutisco, sentendo il naso pizzicare. Appoggio le mani sulle ginocchia, dall’ultima battaglia mi dolgono parecchio.

In lontananza vedo le luci della città, sembrano pallide e offuscate laggiù, oltre le dune di sabbia. Lì le tubature portano l’acqua, mentre qui, a palazzo, ci sono dei bacini privati. Ticchetto con le dita, strofinando le unghie spezzate contro la stoffa nera della supertute aderenti.

Ogni giorno i servi che si occupano del palazzo devono venire da lì, la capitale, fino a qui. O meglio, nel resto del palazzo di metallo, poche ancelle elette possono salire nelle mie stanze. Sospiro, non è che io sia così felice di essere rinchiusa in questa torre circolare. Certo, almeno io posso uscire, al contrario della precedente regina.

La madre del mio sposo è incarcerata nelle sue stanze e pochi possono raccontare di averla vista. Io me la ricordo, i suoi lunghi capelli blu notte sembravano di velluto e i suoi occhi color ambra erano belli come delle pietre preziose. Non mi stupisce affatto la bellezza di suo figlio Dantalion.

Dantalion, re e sovrano dei tanaki, il mio sposo che così raramente riesco a vedere al di fuori dei campi di battaglia. Lui non riposa con me, ma in altre stanze di questo palazzo.

Questo luogo così silenzioso vede come abitanti solamente: il re, le sue dieci concubine e una regina.

Mi accarezzo il ventre leggermente rigonfio, passandoci più volte le dita callose.

Presto ci sarà anche un giovane erede al trono.

Starnutisco nuovamente, fa decisamente troppo freddo e decido di alzarmi dal davanzale della finestra. La chiudo e rabbrividisco quando scattano le chiusure ermetiche di metallo. Mi fanno sentire una prigioniera, ma non posso rischiare di influenzarmi, potrebbe fare male al bambino.

Mi mordicchio un labbro, rischiando di affondare con gli incisivi. È una mia vecchia cattiva abitudine, una delle tante che purtroppo permettono ad altri sovrani fin troppo raffinati di accusare la nostra razza di essere dei primitivi senza cervello. Temo che le barbarie della nostra gente non aiutino in quel senso.

Mi siedo sul letto e recupero lenzuolo e coperta avvolgendomi in essi. Da bambina invidiavo tanto i nobili che possedevano quei piumoni grandi, anche io volevo potermi nascondere in quello che mi sembrava un morbido rifugio. Io, come tutti gli altri schiavi, non possedevo altro che un sacco bucato e puzzolente dove coricarmi. Eppure, allora, per la stanchezza, mi addormentavo subito. Ora che posseggo gli oggetti del mio desiderio, fatico veramente a trovare il ristoro del riposo.

Mi ricordo che potrei perdere tutto, che non dovrei lamentarmi di ciò che finalmente possiedo, ma continuo a desiderare sia un bel letto che l’abbraccio degli dei del sonno.

Mi chiedo se gli dei arcaici non vogliano punirmi perché noi tanaki, nati come schiavi, abbiamo osato chiedere troppo. Abbiamo abbandonato il nostro pianeta di origine per venire su Solaris.

Il pianeta gemello sembra incombere su di noi, mentre temiamo un ennesimo attacco degli Darkim.

Se la razza dei Serpentari non ci avesse fatto la grazia di dividere con noi le loro armi ai tempi di mio padre, a quest’ora non saremmo mai riusciti a fuggire dagli Darkim. Però quei maledetti ci stanno punendo in altro modo. Sanno che abbiamo bisogno delle coltivazioni per sostenerci e, grazie alle loro tecnologie superavanzate, si divertono a coprirci i due soli, provocando vaste carestie.

Finirà che o noi stermineremo loro o loro stermineranno noi. Il vecchio Re Dantalion propendeva per la prima visione, mentre mio marito sta cercando una terza via.

Siamo già costretti a uccidere come sporchi mercenari per i Serpentari, a pagar loro terribili tasse e a farci trattare spesso nuovamente come schiavi. Temo che la nostra gente finisca nuovamente venduta e sottomessa. A che pro, a quel punto, diventare nuovamente schiavi solo per liberarci dei precedenti tiranni?

Dobbiamo riuscire a trovare un modo per sterminare gli Darkim con le nostre sole forze. Oppure dovremo trovare una nuova soluzione. Per il momento, quando mio marito non vuole distruggere un pianeta che il signore dei Serpentari vuole rivendere, rapisce una principessa di quel regno e ne fa una sua concubina conquistando il resto. Quando le conquiste sono fatte in nome dei tanaki, la popolazione rimane viva e gli avamposti che lasciamo la rendono schiava più sulla carta che in vere sanzioni. Certo, di seicento pianeti, finora mio marito ne ha considerati degni solo dieci e nessuno si sa spiegare perché erano proprio i più piccoli e spesso indifesi.

Strofino la guancia sul cuscino più volte e mi lascio sfuggire un sospiro pieno, rumoroso, che copre anche il rumore delle cicale.

Sono regina, ma sono solo la prima di troppe ‘mogli’.

Cerco di immaginarmi il cielo notturno, adesso non più visibile a causa della lastra di acciaio che ha sigillato ermeticamente la finestra. In quell’ombra infinita si dice che il signore degli dei si sentisse così solo nello spazio infinito che creò uno specchio. Riesco a vedermelo quell’uomo, sicuramente dalla pelle scura, privo di vestiti, che si guardava intorno triste e smarrito. Lo specchio andò in frantumi e si tramutò in una serie di altri dei. Non ci poteva essere gioia più grande per quel povero creatore. Come un bambino festoso osservava i ‘suoi figli’ creare galassie, ammassi stellari, pianeti, mondi. Alcuni divennero dei creatori, come lui, altri divennero dei della distruzione per evitare che le creazioni crescessero troppo invadendo lo spazio delle altre. Ogni piccolo cambiamento dell’universo ne generava uno parallelo e dai sei principali si arrivò a un numero che superava la quarantina. Vennero creati, tre gruppi di oggetti magici contenenti un elemento primario chiamato centro e sei elementi di supporto chiamati ‘guardians’. Solo essi potevano controllare l’ordine naturale dell’universo.

Man mano, però, nacque anche l’elemento portante di questo universo: la schiavitù. Che sia fedeltà, che sia amore, essa ha un doppio volto. Tutti gli dei si asservirono al loro dio e nel venerarlo smisero di volergli bene, lui si sentì nuovamente triste e solo anche se aveva compagnia. La divinità principale, vedendo la tristezza del dio creatore, decise in nome del suo bene di ucciderlo per far cessare le sue pene. Fu così che trovo la sua fine il dolce signore degli dei.

Ecco, le mie tare mentali mi stanno portano a dispiacermi per una figura mitologica vissuta miliardi di anni fa.

Di dormire ancora non se ne parla. A mali estremi, estremi rimedi. Io domani dovrò destarmi prima che l’alba sia sorta e devo essere riposata.

Spalanco un cassetto e ci frugo all’interno, prendo una fialetta rossa con all’interno un contenuto violaceo. La stappo e mi faccio cadere una goccia del contenuto sulla punta della lingua. Richiudo la fialetta e la rimetto al suo posto, sbadiglio e chiudo il cassetto. Mi ricorico, mentre il sonnifero, che hanno distillato le mie serve per me, comincia a fare effetto.

Mi abbandono nel letto, affondando il capo e mi addormento, sperando di svegliarmi domani mattina e che nella notte non si verifichino né attacchi Darkim né colpi di stato.

11 risposte a "La regina"

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