Prigioniera degli Ennumberg

Questa storia partecipa alla ventiduesima challenge del Circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Timbro” proposto da Katya Ferrante.

 

Prigioniera degli Ennumberg

 

Una ragazza, nascosta dietro uno dei numerosi alberi della foresta, in cui risuonavano i fruscii delle fronde e in lontananza si udivano dei bassi ringhi, era intenta a spostare la grata arrugginita del condotto dell’acqua. L’odore di putrido le pungeva le narici e le mani le i erano sporcate di nero e rosso, la sua pelle rosea era accaldata.

La larga maglietta di tela bianca, decorata da sottili linee marroncine, le aderiva sudata in alcuni punti ed era ricoperta di macchie, il colletto le aveva arrossato il collo.

< Sono anni che vivo come una selvaggia qui nella terra degli Ennumberg, ma non mi ero mai spinta a tanto. Entrare nelle prigioni di questi esseri, devo essere impazzita > pensò, mordicchiandosi l’interno della guancia. Accarezzò l’elsa della spada ed iniziò a scendere.

I ruggiti in lontananza si facevano sempre più forti e nitidi.

La ragazza scivolò pian piano, attraverso delle asperità nella parete di roccia e scese fino a toccare terra, l’acqua le arrivava fino alla vita.

L’odore umido della foresta venne completamente sostituito dall’olezzo, all’interno filtrava pochissima luce.

Si fece avanti di un paio di passi, non riuscendo più a scorgere niente, afferrò il ciondolo di pietra a forma di pietra che portava al collo e lo sollevò, sibilò delle parole e dalle cavità degli occhi iniziò a brillare una luce verde, che si rifletté nelle iridi smeraldine di lei.

< Dai, Diana, non perderti d’animo > pensò. Si mise a camminare nel guano, smuovendo l’acqua nerastra e putrescente intorno a lei, creava un certo sciabordio, ma si confondeva con il resto della fognatura. < Ho sentito dire che hanno imprigionato un nobile e che tutti gli averi che aveva addosso sono stati chiusi in una specie di magazzino. Se riuscissi a depredarli, farei finalmente la bella vita.

Niente più povertà > rifletté. La maglietta le era ricaduta di lato, lasciandole scoperta una spalla. Si slegò la spada dalla cintola e se la legò sulle spalle, fu costretta a tenere sollevata la testa di lupo con i denti. Il sudore le scivolava lungo il viso tempestato da efelidi.

< Quelle lucertole sono proprio stupide, così interessate a conquistare il regno vicino da non rendersi conto di quello che sta succedendo qui > rifletté.

Riprese in mano la testa di lupo e svoltò attraverso una serie di corridoi di pietra, un po’ di melma le gocciolò sulla spalla nuda. I capelli grigi le si sporcarono della sostanza.

Proseguì finché le sue scarpe di tela non furono così impregnate da renderle difficoltoso avanzare, il sudore si era mescolato alla sostanza sui suoi capelli rendendoli in groviglio maleodorante e le mancava il fiato.

Si udì un ruggito far tremare tutt’intorno, Diana alzò lo sguardo e notò una scaletta, risalì e fu accecata dalla luce che filtrava dal buco di una botola. Ingoiò un gemito e riuscì a sbirciare all’interno.

Arrossì vedendo una giovane ignuda legata a una parete di roccia, i polsi tenuti fermi da delle pesanti catene di ferro sopra la sua testa.

“Avanti, principessina… Le tue sofferenze finiranno se ti deciderai a parlare” disse una donna lucertola. Sfoderò gli artigli e dimenò la coda, facendola schioccare.

La prigioniera le sputò un grumo di sangue in faccia.

Diana fece un sorriso furbetto, socchiudendo gli occhi.

< Niente male la tipetta, anche se non molto furba se l’hanno catturata > pensò.

Un uomo lucertola ruggì rumorosamente, strofinando le zampe sul pavimento, fino a scheggiare alcune pesanti rocce che formavano il pavimento.

< Non capisco perché gli Ennumberg si ostinino a non voler parlare quando lo sanno fare > pensò Diana, scrutando l’umanoide.

“Dicci dov’è il timbro del re. Ora” ordinò l’umanoide lucertola di sesso femminile.

“Non vi consegnerò le sorti del mio regno” sibilò la principessa con un filo di voce.

Diana impallidì.

< Non hanno catturato dei nobili, è la principessa stessa > pensò. Abbassò lo sguardo, mentre le creature iniziavano a digrignare rumorosamente i denti. < La principessa del regno degli uomini… del mio regno. Se gli darà quel timbro, potranno dare falsi ordini all’esercito, facendolo capitolare. Vinceranno la guerra >. Ingoiò un sospiro.

< Non so neanche perché ci sto tanto rimanendo male. In fondo il re ha fatto sempre vivere il suo popolo nella miseria e nella fame. Mi ha costretto a dover crescere tra queste bestiacce, rubando, per sopravvivere >.

Le urla della principessa iniziarono a risuonare, Diana tornò a sporgersi e a sbirciare. La coda della carceriera si abbatteva sulla vittima, sulla sua pelle pallida si aprivano dei profondi squarci e sangue schizzava tutt’intorno.

Le iridi dorate della principessa si erano fatte tendenti al grigio, le due piume di corvo che teneva tra i capelli erano cadute in una pozza di sangue.

L’altra creatura mostrò le fauci e le morse una spalla, facendola ululare di dolore.

“Parlate principessa Eloine o perite come vostra zia Eladam” ordinò la carceriera.

“Mai” gemette la principessa, mentre calde lacrime le rigavano il viso.

< Al diavolo! > pensò Diana. Diede un calcio, mandando in frantumi la botola di legno e saltò dentro, sfoderando la spada.

“Fatevi avanti!” li sfidò.

Le due creature dinanzi a lei ruggirono, sfoderarono gli artigli e avanzarono, dimenando le code. Diana le schivò agilmente.

Eloine riuscì a scorgere a fatica la sua figura e la guardò con un’espressione sorpresa e ammirata.

Diana riuscì a mozzare la testa alla femmina di donna lucertola, il sangue le schizzò sulla guancia.

Diana schivò le artigliate e le fauci dell’altro. Si udirono delle urla e una serie di passi che si avvicinavano.

Eloine riuscì a metterla a fuoco, respirando a fatica.

Diana indietreggiò, spezzò le catene con un colpo di spada e accecò il nemico con la luce che proveniva dalla tua testa di lupo.

La principessa era caduta per terra, si mise seduta, cercando di fermare il sangue che scivolava lungo la sua pelle con la mano.

Diana decapitò anche il secondo avversario e la sollevò a forza, caricandosela in spalla.

“Chi s…”. Iniziò a dire la principessa, i capelli rossi le coprivano in parte il viso.

“Arrivano!” gridò Diana, mentre la porta veniva abbattuta da altre guardie, dalle fattezze di lucertole. Eloine si aggrappò a lei, Diana discese nuovamente nelle fogne ed iniziò a correre, le creature le inseguivano.

“Tu mi hai salvato” esalò Eloine con un filo di voce.

“No, se ci prendono” ribatté Diana.

< Non si arrenderanno mai, finché non avranno il timbro reale > pensò Eloine.

“Hai dei pugnali?” chiese.

Diana si sfilò le scarpe che la intralciavano e proseguì a piedi nudi, ritrovò l’uscita e risalì. Entrambe furono accecate dalla luce del sole, ma proseguirono la fuga.

Diana correva rapidamente sul prato erboso della foresta. Recuperò in corsa una serie di rami appuntiti e li porse a Eloine, che li lanciò, riuscendo a colpire gl’inseguitori più vicini.

“Non sei niente male” si congratulò Diana.

“Se riusciamo a salvarci, voglio dei vestiti… e sapere il tuo nome” rispose la principessa.

< Non avrete quel timbro, maledetti, mai > pensò.

 

 

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Alien and Twins

Prompt! PROMPT!, F/F, “I miss your kisses/ the smell of biscuits on your skin” (Empty Bed – Urban Strangers)| [FANDOM]: Originale fantascienza| Personaggio/Pairing: F/F| Avvisi: Twincest; underage; dub-con; abducted by aliens| SAFE/NSFW: NSFW | Wordcount: 339
Ha partecipato alla Bad Wrong Weeks 2018.

 

Alien and Twins

 

Le due ragazzine erano sedute su uno scranno di metallo, si tenevano per mano e guardavano intorno a loro con sguardo smarrito.

I quattro alieni troneggiavano intorno a loro, i loro corpi ossuti erano lunghi quattro volte un uomo normale, le loro braccia erano così lunghe che le loro mani toccavano il pavimento della navicella, mentre le ragazzine riuscivano a vederli nettamente solo fino alle nodose ginocchia. La pelle della creatura era grigia.

Le due gemelle indossava dei lunghi vestiti candidi, i loro corpi erano identici, i loro visi si specchiavano, ma i loro capelli castano rossicci avevano tagli diversi.

Rose aveva i capelli lunghi fino alle spalle, Lily li aveva corti fino alla nuca.

Su tutta la navicella, compresi sotto i piedini nudi delle due, si accesero delle grigie azzurrine.

Le creature iniziarono a ripetere nella loro lingua, che per le giovinette erano una specie di prolungata nenia simile a un ruggito, un mantra.

“Accoppiatevi, accoppiatevi, accoppiatevi…”.

Le gote delle due sorelle divennero vermiglie. Le due giovani si sentirono eccitate, si voltarono a guardarsi in viso e socchiusero le labbra rosee.

“Mi mancano i tuoi baci” sussurrò Rose. Prese il viso di Lily tra le mani e si approssimò a lei, sfiorando la sua fronte con la propria.

Lily inspirò rumorosamente l’odore della gemella.

“Amo l’odore di biscotti che fa la tua pelle” mormorò.

Rose la fece stendere sotto di sé, l’eccitazione travolgeva entrambe, mentre il mantra risuonava sempre più alto e veloce. Raggiunse il picco, quando Rose non resistette e mise la mano sotto la gonna di Lily.

Lily abbassò gli slip della sorella, iniziarono a scambiarsi rapidi baci, mozzandosi il fiato a vicenda, le loro lingue s’intrecciarono. Le due si penetrarono all’unisono, muovendosi allo stesso tempo.

Utilizzarono entrambe tre dita, muovendole veloci, i loro respiri si fondevano, i loro gemiti risuonavano insieme confondendosi.

Gli alieni si fermarono soddisfatti sentendole raggiungere l’orgasmo insieme. Le separarono e le fecero addormentare, mettendole sedute dritte sulla sedia.

Le lasciarono sole nella stanza, mentre le luci azzurre dei macchinari si spegnevano.

La regina

Questa storia partecipa alla XXI° challenge del Circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Regina” .

 

Ogni volta che appoggio la testa sul cuscino si verifica sempre il solito inspiegabile fenomeno. Improvvisamente il sonno, che mi ha accompagnato come un cane fedele per tutto il corso della giornata, sparisce. Al suo posto compaiono dei logorroici pensieri che si avventano contro di me, ricordandomi le vite che ho spezzato e, fastidiosamente come un tarlo, che un giorno anche la mia sarà recisa.

Scosto la coperta e decido di alzarmi, appoggiando i piedi nudi sul pavimento gelido. Di giorno i due soli rendono Solaris un inferno di fuoco, ma di notte le temperature scendono di parecchio.

Raggiungo il davanzale della finestra e alzò il capo. L’ultima volta che mi sono affacciata, qualche ora fa, il cielo era una sanguinante rossa viscera. Adesso, invece, lo sfondo blu-nero dell’universo è squarciato dalla luce delle due lune. La luna più grande è piena, emana un intenso bagliore bluastro che illumina le dune di sabbia che a quest’ora sembrano nere. Di giorno, al contrario, le dune sono rosso-arancione e sono puntellate da sporadiche erbacce ingiallite.

Stringo le labbra e mi volto a guardare la seconda luna, che è un piccolo spicchio dorato. È semicoperta da dei nuvoloni scuri che hanno delle forme che ricordano un incrocio tra dei grandi cuori e dei teschi.

Assottiglio gli occhi ed inspiro l’aria gelida della notte, non c’è propriamente silenzio, da fuori sento provenire il concerto delle cicale. Ridacchio, immaginando le cicale vestite con abiti da cerimonia, intente a suonare dei minuscoli violini. È un’immagine decisamente più suggestiva di una serie di insetti intenti a sfregare le loro zampette.

Il vento gelido mi sferza le guance rosee, arrossandole, e starnutisco, sentendo il naso pizzicare. Appoggio le mani sulle ginocchia, dall’ultima battaglia mi dolgono parecchio.

In lontananza vedo le luci della città, sembrano pallide e offuscate laggiù, oltre le dune di sabbia. Lì le tubature portano l’acqua, mentre qui, a palazzo, ci sono dei bacini privati. Ticchetto con le dita, strofinando le unghie spezzate contro la stoffa nera della supertute aderenti.

Ogni giorno i servi che si occupano del palazzo devono venire da lì, la capitale, fino a qui. O meglio, nel resto del palazzo di metallo, poche ancelle elette possono salire nelle mie stanze. Sospiro, non è che io sia così felice di essere rinchiusa in questa torre circolare. Certo, almeno io posso uscire, al contrario della precedente regina.

La madre del mio sposo è incarcerata nelle sue stanze e pochi possono raccontare di averla vista. Io me la ricordo, i suoi lunghi capelli blu notte sembravano di velluto e i suoi occhi color ambra erano belli come delle pietre preziose. Non mi stupisce affatto la bellezza di suo figlio Dantalion.

Dantalion, re e sovrano dei tanaki, il mio sposo che così raramente riesco a vedere al di fuori dei campi di battaglia. Lui non riposa con me, ma in altre stanze di questo palazzo.

Questo luogo così silenzioso vede come abitanti solamente: il re, le sue dieci concubine e una regina.

Mi accarezzo il ventre leggermente rigonfio, passandoci più volte le dita callose.

Presto ci sarà anche un giovane erede al trono.

Starnutisco nuovamente, fa decisamente troppo freddo e decido di alzarmi dal davanzale della finestra. La chiudo e rabbrividisco quando scattano le chiusure ermetiche di metallo. Mi fanno sentire una prigioniera, ma non posso rischiare di influenzarmi, potrebbe fare male al bambino.

Mi mordicchio un labbro, rischiando di affondare con gli incisivi. È una mia vecchia cattiva abitudine, una delle tante che purtroppo permettono ad altri sovrani fin troppo raffinati di accusare la nostra razza di essere dei primitivi senza cervello. Temo che le barbarie della nostra gente non aiutino in quel senso.

Mi siedo sul letto e recupero lenzuolo e coperta avvolgendomi in essi. Da bambina invidiavo tanto i nobili che possedevano quei piumoni grandi, anche io volevo potermi nascondere in quello che mi sembrava un morbido rifugio. Io, come tutti gli altri schiavi, non possedevo altro che un sacco bucato e puzzolente dove coricarmi. Eppure, allora, per la stanchezza, mi addormentavo subito. Ora che posseggo gli oggetti del mio desiderio, fatico veramente a trovare il ristoro del riposo.

Mi ricordo che potrei perdere tutto, che non dovrei lamentarmi di ciò che finalmente possiedo, ma continuo a desiderare sia un bel letto che l’abbraccio degli dei del sonno.

Mi chiedo se gli dei arcaici non vogliano punirmi perché noi tanaki, nati come schiavi, abbiamo osato chiedere troppo. Abbiamo abbandonato il nostro pianeta di origine per venire su Solaris.

Il pianeta gemello sembra incombere su di noi, mentre temiamo un ennesimo attacco degli Darkim.

Se la razza dei Serpentari non ci avesse fatto la grazia di dividere con noi le loro armi ai tempi di mio padre, a quest’ora non saremmo mai riusciti a fuggire dagli Darkim. Però quei maledetti ci stanno punendo in altro modo. Sanno che abbiamo bisogno delle coltivazioni per sostenerci e, grazie alle loro tecnologie superavanzate, si divertono a coprirci i due soli, provocando vaste carestie.

Finirà che o noi stermineremo loro o loro stermineranno noi. Il vecchio Re Dantalion propendeva per la prima visione, mentre mio marito sta cercando una terza via.

Siamo già costretti a uccidere come sporchi mercenari per i Serpentari, a pagar loro terribili tasse e a farci trattare spesso nuovamente come schiavi. Temo che la nostra gente finisca nuovamente venduta e sottomessa. A che pro, a quel punto, diventare nuovamente schiavi solo per liberarci dei precedenti tiranni?

Dobbiamo riuscire a trovare un modo per sterminare gli Darkim con le nostre sole forze. Oppure dovremo trovare una nuova soluzione. Per il momento, quando mio marito non vuole distruggere un pianeta che il signore dei Serpentari vuole rivendere, rapisce una principessa di quel regno e ne fa una sua concubina conquistando il resto. Quando le conquiste sono fatte in nome dei tanaki, la popolazione rimane viva e gli avamposti che lasciamo la rendono schiava più sulla carta che in vere sanzioni. Certo, di seicento pianeti, finora mio marito ne ha considerati degni solo dieci e nessuno si sa spiegare perché erano proprio i più piccoli e spesso indifesi.

Strofino la guancia sul cuscino più volte e mi lascio sfuggire un sospiro pieno, rumoroso, che copre anche il rumore delle cicale.

Sono regina, ma sono solo la prima di troppe ‘mogli’.

Cerco di immaginarmi il cielo notturno, adesso non più visibile a causa della lastra di acciaio che ha sigillato ermeticamente la finestra. In quell’ombra infinita si dice che il signore degli dei si sentisse così solo nello spazio infinito che creò uno specchio. Riesco a vedermelo quell’uomo, sicuramente dalla pelle scura, privo di vestiti, che si guardava intorno triste e smarrito. Lo specchio andò in frantumi e si tramutò in una serie di altri dei. Non ci poteva essere gioia più grande per quel povero creatore. Come un bambino festoso osservava i ‘suoi figli’ creare galassie, ammassi stellari, pianeti, mondi. Alcuni divennero dei creatori, come lui, altri divennero dei della distruzione per evitare che le creazioni crescessero troppo invadendo lo spazio delle altre. Ogni piccolo cambiamento dell’universo ne generava uno parallelo e dai sei principali si arrivò a un numero che superava la quarantina. Vennero creati, tre gruppi di oggetti magici contenenti un elemento primario chiamato centro e sei elementi di supporto chiamati ‘guardians’. Solo essi potevano controllare l’ordine naturale dell’universo.

Man mano, però, nacque anche l’elemento portante di questo universo: la schiavitù. Che sia fedeltà, che sia amore, essa ha un doppio volto. Tutti gli dei si asservirono al loro dio e nel venerarlo smisero di volergli bene, lui si sentì nuovamente triste e solo anche se aveva compagnia. La divinità principale, vedendo la tristezza del dio creatore, decise in nome del suo bene di ucciderlo per far cessare le sue pene. Fu così che trovo la sua fine il dolce signore degli dei.

Ecco, le mie tare mentali mi stanno portano a dispiacermi per una figura mitologica vissuta miliardi di anni fa.

Di dormire ancora non se ne parla. A mali estremi, estremi rimedi. Io domani dovrò destarmi prima che l’alba sia sorta e devo essere riposata.

Spalanco un cassetto e ci frugo all’interno, prendo una fialetta rossa con all’interno un contenuto violaceo. La stappo e mi faccio cadere una goccia del contenuto sulla punta della lingua. Richiudo la fialetta e la rimetto al suo posto, sbadiglio e chiudo il cassetto. Mi ricorico, mentre il sonnifero, che hanno distillato le mie serve per me, comincia a fare effetto.

Mi abbandono nel letto, affondando il capo e mi addormento, sperando di svegliarmi domani mattina e che nella notte non si verifichino né attacchi Darkim né colpi di stato.

Dopo l’abbraccio

Prompt! Prompt!, MCU, Thor/Loki, “Here comes the sun and I say… It’s alright.” (Here Comes The Sun, The Beatles)| [FANDOM]: MCU| Personaggio/Pairing: Thorki| Avvisi: Incest| SAFE/NSFW: NSFW | Wordcount: 523
Ha partecipato alla Bad Wrong Weeks 2018.

 

 

Loki si passò le mani tra i corti capelli di Thor, giocherellando con le ciocche castane e ridacchiò.

“Sai, non ti stanno poi tanto male” disse.

Erano entrambi stesi sul letto dalle coperte dorate, i loro corpi ignudi.

< Voglio godermi al massimo questi momenti di pace, solo tra noi.

Avrei dovuto immaginare che dopo l’abbraccio ci saremmo spinti oltre, ma non avrei mai pensato che ci saremmo divertiti. Non stavamo così bene insieme da quando eravamo bambini > pensò il dio dell’inganno.

“Non prendermi in giro. Mi mancano le mie treccine, rappresentavano il mio onore” borbottò Thor.

Loki si rotolò e si mise sopra di lui, a cavalcioni, stringendolo a sé, strusciando il viso contro il suo petto muscoloso.

“Il tuo onore lo hai dimostrato in altri modi, mio re. Di sicuro non con qualche treccina o… “chiamate aiuto” soffiò.

Thor fece una risata roca, che risuonò per la stanza. Prese il viso di Loki tra le mani possenti, Loki sentì i calli ruvidi sfregargli sulla pelle.

“Mi è sembrato di tornare indietro nel tempo. Lo facevamo da ragazzi, ma tu, non lo hai mai fatto con tutta quella veemenza” disse il dio del tuono.

“Perché per la prima volta c’è il sole tra di noi. Va tutto bene” sussurrò Loki. Gli posò un bacio sulle labbra, Thor gli passò le dita tra i lunghi capelli mori e lo trasse a sé, baciandolo con foga. La lingua di Loki saettò nella sua bocca, avvolgendo quella dell’altro.

Thor gli afferrò il fianco con una mano, mentre con l’altra gli accarezzava i glutei morbidi.

Loki prese la mano di Thor e si lasciò penetrare, sentì l’altro muoversi dentro di lui ed iniziò a muoversi su e giù. Le sue gambe longilinee scattarono, Thor lo prese con dei colpi secchi.

L’eccitazione fece fremere entrambi.

< Per sentirlo vicino a me, ho sempre avuto bisogno di rapporti violenti, colmi di sangue. Ora, invece, anche i suoi atti gentili non mi dispiacciono. Ha imparato a utilizzare la forza della sua virilità, senza abbandonarsi ai puri istinti animali.

Sento un calore invadermi > pensò Loki.

Thor gli morse il labbro inferiore e lo succhiò rumorosamente. I gemiti di tutti e due, rochi e prolungati, risuonavano nella camera da letto dell’astronave asgardiana.

“Mi hai salvato venendo da me” disse Thor. Gli prese i fianchi tra le mani, stringendoli con attenzione, Loki sentiva le sue dita bollenti. Mosse il bacino in avanti, seguendo il ritmo dell’altro, sempre più incalzante.

< Non abbiamo mai vissuto un momento più bello e piacevole di questo, non sembra nemmeno vero. Mi sta addirittura facendo dirigere il gioco > pensò Thor. Venne dentro Loki, che raggiunse a sua volta l’orgasmo.

Il loro sperma si confuse, gocciolando sul letto.

< Non avrei mai pensato che fare l’amore potesse essere una cosa così colma di sentimento > pensò Loki. Si stese sopra Thor e giocherellò con i peli dorati del petto di Thor. Osservò l’unico occhio del fratello e il proprio riflesso nella placca d’oro che copriva quello cavo.

“Vorrei che tutto questo durasse per sempre” disse Thor, accarezzandogli la guancia.

“Sdolcinato” borbottò Loki, ticchettandogli sul naso.

Illusion

Prompt! Prompt!, MCU, Thor/Loki “And you’ve rip out all I had just say that you won… Well now you’ve won.” (I Gave You All, Mumford and Sons)| [FANDOM]: MCU| Personaggio/Pairing: Thorki| Avvisi: Illusione; follia; angst; incest| SAFE/NSFW: NSFW | Wordcount: 586.
Ha partecipato alla Bad Wrong Weeks 2018.

 

 

Thor era seduto sul proprio letto, guardava con lo sguardo spento davanti a sé, teneva la schiena curva, il suo occhio finto ogni tanto girava su se stesso. Oltre l’oblò della navicella, scorrevano interi sistemi di stelle.

“Fratello…”. Avvertì una voce.

Thor alzò il capo e sgranò gli occhi, vide la figura di Loki e allungò la mano verso di lui, ne attraversò il viso. Questa volta, però, non ci furono scintille né verdi, né azzurre.

“T-tu non sei un… illusione” esalò.

Loki piegò di lato il capo e ridacchiò.

“Ti ricordo che ero ‘davvero io’ quello che è venuto da te per farsi abbracciare, per avere il vostro ultimo momento. Perciò sono morto… e non sono qui.

Benvenuto, fratello, nel mondo della follia. Io sono un’allucinazione” rispose.

Thor si nascose il viso tra le mani.

< Sì, dev’essere come quando ho avuto l’allucinazione di mio padre che mi diceva che non ero il dio del tuono >. Una lacrima gli rigò il viso.

“Penso sia una giusta punizione” esalò. Fece una risata amara, scuotendo i lunghi capelli biondi. “Vorrei non fossi mai venuto. Avrei dovuto scacciarti” gemette.

“Thanos avrebbe comunque cercato me perché voleva il Tesseract. Sapevo che mi sarebbe servito per scambiare la mia vita e mi sarei salvato, se non avessi deciso che preferivo te” sibilò Loki. Lo sentì singhiozzare. “Oh, suvvia. Sei ridicolo con quell’aria affranta”.

Thor immaginò Loki sedersi sulle sue gambe.

“Potresti immaginarmi in ogni modo e l’unico in cui riesci a immaginarmi sono io che ti derido?” chiese.

Thor annuì piano, chiuse gli occhi e sentì il ricordo delle dita gelide del fratello sulla guancia.

“Eri diventato finalmente un gran re, un uomo profondo e sensibile. Avevo appena detto che c’eri riuscito, che avevi vinto la mia fiducia. E sei diventato ancora più tronfio, insopportabile e aggressivo di prima? Ora non sei degno nemmeno della tua vendetta” sibilò Loki.

“Non ha importanza nulla, se non posso averti” ringhiò Thor. Cercò di abbracciarlo, ma le sue braccia andarono oltre.

“Uh. Non posso farti trovare pace, se non stai al gioco. In fondo, ora hai vinto la possibilità di avermi con te. Se riuscito ad ottenere una follia forse ancora più perversa di quella che infestava la mia mente” disse Loki.

Thor si lasciò guidare dalle mani di Loki, si abbassò i pantaloni e i boxer.

“Perché ti sto permettendo di farlo?” chiese, mentre si prendeva il membro con la mano, immaginando le sottili dita di Loki che lo aiutavano a stringerlo con più forza.

“Su e giù, su e giù” soffiò Loki al suo orecchio.

Thor gettò indietro la testa e socchiuse le labbra, gemendo rumorosamente. Continuò a muovere la mano sempre più rapidamente.

< Le sue mani sono molto più piccole di com’erano veramente. Forse perché l’ho sempre immaginato come un bambino un po’ troppo cresciuto > pensò. Le sue labbra erano arrossate, i suoi occhi erano socchiusi, le sue iridi azzurre erano liquide e le sue pupille erano dilatate.

Loki gli sorrise, posandogli una serie di baci sul collo, tenendo le proprie mani su quelle di lui.

< Ho vinto cosa? Vincerò Thanos, sarò solo l’ultimo sciocco che mi ha sfidato. Il destino vuole che io muoia nel distruggerlo.

Così raggiungerò mio fratello, quello vero > pensò.  Venne, sporcando di sperma il muro di metallo della navicella e la stoffa del letto.

“Tornerò, non temere. In fondo sono un tuo sogno” disse Loki al suo orecchio.

Thor si sdraiò, rimanendo a gambe aperte, ansante, e lo vide scomparire.

Belphegor il demone

Prompt! PROMPT! “Sleeping with my demons” | [FANDOM]: KHR| Personaggio/Pairing: Tsunayoshi/Belphegor| Avvisi: Underage; AngelieDemoni!AU; shotacon| SAFE/NSFW: NSFW | Wordcount: 545

Ha partecipato alla Bad Wrong Weeks 2018.

 

Tsuna piegò di lato il capo, facendo ondeggiare la ciocca di capelli castani sul capo. Batté un paio di volte le palpebre, i suoi grandi occhi castani erano liquidi e brillavano. Unì le mani al petto e saltellò sul posto, rosso in viso e deglutì rumorosamente.

Iiiih, è così imbarazzante” gemette. Le piccole ali bianche sulle sue spalle sottili ondeggiarono, alcune piume candide caddero per terra.

Belphegor si piegò in avanti, chiudendo le piccole ali nere da pipistrello, le membrane ondeggiarono.

“Shishishi, rilassati. Non voglio farti male” disse. Pulì il labbro inferiore di Tsuna, sporco di gelato al cioccolato.

Tsuna deglutì rumorosamente, il suo battito cardiaco era accelerato.

< Perché finisco sempre seguito da dei ragazzini con strane perversioni? Perché, soprattutto, finiscono per non dispiacermi? Questo dev’essere l’inferno! > pensò.

Belphegor si alzò dal trono su cui era accomodato e gli porse un lungo bastoncino, che brillava di luce fosforescente.

Tsuna si piegò in avanti e lo prese in bocca, raddrizzandosi. Si sporse e afferrò per il fianco Belphegor, traendolo a sé. Quest’ultimo gli mise il ginocchio tra le gambe, sostenendolo da lì, e lo fece piegare all’indietro. Prese l’altra parte del bastoncino in bocco, Tsuna riuscì a intravedere gli occhi azzurri di Belphegor dietro la frangetta dorata.

Tsuna guardò il suo viso, sembrava brillare di luce propria e avvertì il battito cardiaco accelerare, deglutì rumorosamente.

< Quelle ciglia lunghe, quelle labbra piene, quel visetto dolce, non dovrei sentire questi sentimenti. Non è una ragazza, non dovrebbe sembrarmi tale.

Però, il suo aspetto non è per niente come quello di Gokudera-kun o di Takeshi, è più… delicato >. Si staccò, lasciando il bastoncino tra le labbra di Belphegor.

Quest’ultimo si accomodò nuovamente sul trono, accavallando le gambe.

“Sei arrabbiato, Tsunayoshi?” soffiò con un leggero accento inglese.

Sawada arrossì, sorridendo.

“M-mi hai chiamato per nome” esalò.

“Tsunayoshi, Tsunayoshi, Tsunayoshi” cantilenò Belphegor. Lo pronunciò la prima volta in modo dubbioso, la seconda in modo allegro e l’ultima in modo decisa.

< No, non è propriamente come con Kyoko. Sento qualcosa di ancora più delicato, come una rosellina, ma dalle spine taglienti come i suoi piccoli pugnaletti > pensò Tsuna. Saltellò sul posto, ticchettando con i piedi nudi sul pavimento. Saltellò, spogliandosi, i capelli gli ondeggiavano ai lati del viso.

“La tua trappola è stata davvero funzionale. Sei davvero un genio” ammise.

“La cosa ti dà fastidio?” chiese l’inglese.

Tsuna negò vigorosamente con il capo.

“Lo ammetto che è la cosa che mi dispiace di più.

È un dilemma, non so se mi eccita di più il tuo corpo la tua mente” ammise.

“Scopriamolo” disse Belpeghor, afferrò al volo una delle piume candide che si erano staccate dalle ali di Sawada e la utilizzò per sfiorargli la guancia.

Tsuna si spogliò e vide l’altro fare lo stesso, si sedette sulle sue gambe e si aggrappò alle sue spalle, quando Belphegor entrò dentro di lui.

Sawada gettò indietro la testa e aprì la bocca ad o con un lungo gemito.

Belphegor lo prese lentamente, cercando di colpire i punti più sensibili. Vennero insieme, con degli alti gemiti.

Tsuna lo fece scivolare fuori di sé e, ansante, si coricò sulle sue gambe.

Belphegor chiuse gli occhi, abbandonandosi e gli accarezzò delicatamente le spalle, sfiorandogli le ali.

“P-penso… entrambi…” esalò Sawada.

 

 

 

Prigioniera del paradiso (Scritta a 4 mani con Claudia S S.)

Prigioniera del paradiso

 

Thanos era seduto sotto una tettoia di paglia, davanti a un prato d’erba, illuminato da due soli alieni, dove antilocapri balzavano agilmente o brucavano quietamente.

Cercò di afferrare Wanda, la strega volava agilmente davanti a lui.

“Dovresti temermi, figlia mia coraggiosa” disse.

“Sei tu che devi avere paura di questo, te lo ho già detto” ribatté Wanda. Deglutì, i capelli castani brillavano di luce rossa e le danzavano intorno al viso. “Questo luogo, questo mondo che hai creato per noi, è perfetto, ma è finto, non c’è amore dietro questo, ma arroganza”. Volò fino a un’antilocapra e le accarezzò il capo. “Il naufragio di chi non ha avuto che odio e sfregi sulla faccia quanto sull’anima…” mormorò “non hai idea di quello a cui stai andando incontro”. Scosse il capo. “Dove c’è vita c’è sempre, morte”.

“Il mio compito è svolto.

Uccidermi non porterà nuovamente squilibrio

e lo vedrai” disse Thanos, pacato, sereno nelle sue condizioni. Scosse il capo.

< Capirà con il tempo o, come Gamora, almeno imparerà ad amarmi > pensò.

Wanda gli mostrò una cosa che l’animale le aveva consegnato con la bocca: “Forse dovrei dartela, per preservare l”equilibrio, o chiamare Morte” commentò. “Non lo so”. Lo guardò intensamente. “Sai perché è tornata?” chiese, mostrando una seconda gemma dell’anima.

Thanos la sfiorò, con dita tremanti.

“Due gemme… perché?”. La sua voce divenne cavernosa, potente, tremante, ma soprattutto furente.

“Questa è paura” rispose Wanda. “Perché non hai smesso di amare” disse è semplice “chiuse il pugno.

“Il mio ordine non può accettare nascano elementi che lo disturbino”. La voce di Thanos risuonò possente, mentre cercava di privarla della nuova gemma.

< Uno su due deve vivere, solo uno su due >.

Wanda si dissolse in una nuvola di bolle di sapone e riapparve poco lontano: “Ripetimi, il prezzo della gemma dell’anima è distruggere ciò che più si è amato?”. Nella sua mano erano apparse copie di tutte le gemme. Pugnalò Thanos alla gola, si bagnò del suo sangue e la gemma brillò.

“Avevi ragione, non siamo simili, ma uguali” mormorò, attivando la gemma per ripristinare il mondo precedente, la realtà corretta. “No, non alzarti” lo bloccò. “Fidati, finirà” promise e gli sussurrò all’orecchio le sue stesse parole. “Ci sarà solo piacere, dopo”.

Thanos si portò la mano alla gola, vomitando sangue.

“Sciocca, sciocca!

Morirannno tutti così, tutti!” sbraitò Thanos tra i rantoli.

“No” rispose Wanda, indicando la realtà che si disfaceva. “Vedi? Eri prigioniero di una gabbia in cui ti abbiamo attirato per studiarti, col contributo di Stark e del suo reattore, ha lui il guanto, sta riparando la nostra realtà dalla radice, insieme a Strange” concluse. “Dormi, Hela sarà qui fra poco a prenderci”.

“STAAAARK!” tuonò Thanos, dando pugni al terreno, iniziando a spaccare tutto, continuando a sanguinare.

Wanda si limitò a osservare la agonia del titano fino a quando Hela non apparve.

“La signora dell’altro mondo” commentò “… lo hai fatto soffrire molto”.

Thanos ruggì.

“Dov’eri morte quando ti chiamavo?

Perché non hai preso le vite che ti competevano?!”.

La sua voce risuonò fin in lontananza.

“A badare all’universo, esattamente come te” rispose Hela”. Prima di essere Morte, ero vita, e finché sono vita non posso prenderne altre” spiegò. “Ora che hai il cuore che sanguina, è giunto il momento che il tuo corpo riposi, Thanos”. Gli chiuse gli occhi con un gesto dolce.

“Dopo di me, verranno altri” disse Thanos, lasciandosi andare.

“Posso andare?” domandò Wanda a Hela. “O vuoi anche la mia vita? “chiese tranquilla.

“Voglio altre vite e verrò per esse.

Tu non sei nella mia lista” disse Hela, passandosi entrambe le mani tra le grandi corna.

“Allora torno alla mia vita fino a quando ci incontreremo di nuovo” rispose Wanda. “Il Paradiso non sarà mai di mia competenza” concluse, allontanandosi dalla grotta e trasformò il corpo di Thanos riempiendo di fiori le piaghe del coltello e tutte le ferite.